
Cara amicizia, mentre l’attenzione generale viene distratta dalle consuete cronache di contorno, sulle rotte nevralgiche del Medio Oriente si sta consumando una mossa strategica che peserà come un macigno sui mesi che ci attendono.
La chiusura dell’oleodotto Est-Ovest in Arabia Saudita, colpito da attacchi mirati condotti con droni, unita al controllo dello stretto di Bab el-Mandeb e dell’isola di Mayun da parte delle forze ribelli, non è un semplice incidente di percorso militare. È una tenaglia logistica studiata nei dettagli. Quella condotta rappresentava la sola via di fuga terrestre per aggirare le tensioni nel Golfo Persico e portare il greggio direttamente al Mar Rosso. Nel momento in cui entrambi gli sbocchi vengono sigillati, il flusso del petrolio globale si ritrova di colpo in trappola.
Tuttavia, fermarsi alla sola cronaca bellica significherebbe guardare il dito senza scorgere la luna. C’è un livello più profondo, silenzioso e immensamente più pesante che governa questi equilibri: la moneta. Per decenni il patto d’acciaio che ha retto l’architettura finanziaria dell’Occidente si è basato su un pilastro indiscutibile, il petrodollaro. L’oro nero si scambiava esclusivamente nella divisa americana, garantendo a quella valuta una domanda perenne, artificiale e insostituibile.
Negli ultimi tempi, però, la monarchia saudita ha iniziato a muovere i propri passi su terreni scivolosi, aprendo la porta a regolamenti commerciali in valute alternative, guardando a Oriente e testando l’autonomia dal vecchio asse monetario. Allontanarsi dall’orbita esclusiva della moneta imperiale è da sempre l’atto più rischioso che una potenza esportatrice possa compiere. Pensare male si fa peccato, recitava una celebre massima della nostra terra, ma spesso ci si azzecca: ogni qualvolta un produttore chiave tenta di diversificare le proprie alleanze finanziarie o di incrinare il monopolio valutario del greggio, la geografia intorno a lui prende improvvisamente fuoco e la sua sicurezza strategica viene messa alla prova più dura.
Le conseguenze pratiche di questo scontro invisibile non tarderanno a bussare alla nostra porta. Quando le navi mercantili e le petroliere sono obbligate ad abbandonare la rotta del canale per circumnavigare l’Africa via Capo di Buona Speranza, ogni viaggio accumula ritardi pesanti, costi assicurativi spropositati e consumi enormi di carburante. Il prezzo del barile torna a correre sopra quota cento, ma l’effetto più crudele non si vede sui grafici delle grandi borse: si manifesta al distributore e nelle bollette di chi fatica a far quadrare i conti.
Per la nostra terra e per chi vive l’economia reale di tutti i giorni, questo shock assume i contorni di una tassa occulta spietata. L’Italia, dipendente da sempre dall’energia estera e da una logistica che viaggia in larghissima parte su gomma, vede vanificati i tentativi di frenare il carovita. Ma è soprattutto nelle realtà insulari, dove ogni bene primario deve affrontare il traghetto e la strada prima di arrivare sullo scaffale, che la corda rischia di spezzarsi.
L’agricoltura, la pesca e le famiglie subiscono il rincaro immediato delle materie prime, mentre i trasporti marittimi globali tendono a tagliare fuori il Mediterraneo centrale per favorire le rotte oceaniche. Chi si trova alla periferia geografica finisce per pagare il conto più salato di una partita a scacchi monetaria e militare giocata a migliaia di chilometri di distanza.
Comprendere queste dinamiche in anticipo è il solo strumento a nostra disposizione per non farsi cogliere impreparati. I mesi che ci separano dalla fine dell’anno richiederanno lucidità, gestione accorta delle risorse e la consapevolezza che nessun evento lontano è mai davvero neutrale per il nostro destino quotidiano.
Hermes Veneziano