
Non vi è sconfitta più amara di quella costruita con le proprie mani nel disperato tentativo di piegare la realtà alle proprie illusioni.
Cara amicizia,
esiste un racconto antico che custodisce una delle lezioni più limpide e necessarie sulla dignità della consapevolezza e sulla corretta gestione delle nostre energie interiori.
Si narra che un giorno un asino e una tigre si trovarono a condividere lo stesso sentiero. L’asino, osservando la distesa della radura, si voltò verso la fiera e affermò con assoluta risolutezza che l’erba era blu. La tigre, sorpresa da tanta insensatezza, ribatté con calma che l’erba era verde. La discussione si accese rapidamente: l’asino insisteva con ostinazione cieca, la tigre cercava di opporre la limpida evidenza delle cose. Incapaci di trovare un accordo, decisero di sottoporre la questione al giudizio del leone, il saggio re della foresta.
Giunti al cospetto del trono, l’asino prese la parola per primo e gridò con foga: «Maestà, non è forse vero che l’erba è blu?».
Il leone lo guardò con impassibile compostezza e rispose: «Se per te è così, allora l’erba è blu».
L’asino, rinvigorito dal trionfo, incalzò: «La tigre si ostina a contraddirmi, mi provoca e mi disturba affermando che è verde. Merita di essere punita!».
Senza esitare, il re pronunciò il verdetto: condannò la tigre a cinque anni di silenzio assoluto. L’asino esultò, saltellò via tronfio per la foresta e continuò a ripetere a gran voce al vento che l’erba era blu.
La tigre, pur inchinandosi alla sentenza con rispetto, non poté trattenere lo sconcerto. Si avvicinò al leone e gli domandò: «Vostra Maestà, accetto il verdetto con devozione, ma spiegami una cosa: perché hai punito me, sapendo perfettamente che l’erba è verde?».
Il leone la fissò intensamente e le disse: «La tua condanna non ha nulla a che vedere con il colore della radura. Ti ho punita perché una creatura nobile, forte e intelligente come te non può permettersi il lusso imperdonabile di gettare via il proprio tempo prezioso per discutere con chi difende l’illusione, né tantomeno può disturbare la quiete del regno solo per avere la conferma di una verità che risplende già da sola».
Questa parabola non è una semplice favola morale, ma lo specchio fedele di quanto accade costantemente nei percorsi umani.
Ricordiamo vividamente quando, anni or sono, varcò la nostra soglia una persona dall’animo irrequieto. Cercava orientamento, chiedeva di fare luce su nodi esistenziali e su direzioni operative che non riusciva a sciogliere. Con lucidità e rispetto delle leggi sottili, le mostrammo il quadro reale della sua situazione: evidenziammo dove si celavano i tranelli, dove risiedeva l’inganno delle sue convinzioni passeggere e quale fosse l’unica via autentica da percorrere con rettitudine.
Nei suoi occhi, tuttavia, non vi fu la disposizione all’ascolto, ma l’arroganza della difesa a oltranza. Voleva disperatamente che l’erba fosse blu. Cercava di costringere la realtà ad adattarsi ai propri desideri illusori, pretendendo conferme per scelte già viziate alla radice. Di fronte alla verità cercò lo scontro, desiderosa di dibattere, di alzare la voce, di dimostrare che la propria ostinazione potesse piegare la realtà oggettiva dei fatti.
In quell’istante preciso ci tornò alla memoria il silenzio della tigre. Comprendemmo subito che insistere avrebbe significato degradare il valore della nostra visione e disperdere inutilmente energie sacre. Non si combatte contro chi ha scelto di non vedere. Congedammo quella persona con un saluto calmo e misurato, lasciandola interamente al suo arbitrio, libera di inseguire il proprio miraggio. La vita, d’altronde, sa essere un’insegnante tanto paziente quanto implacabile.
Trascorsero tre lunghi inverni e tre estati prima che il cerchio si chiudesse.
Quando quella stessa persona tornò a farsi viva, il cambiamento fu sconcertante. L’antica spavalderia era svanita, sostituita da un’ombra profonda di smarrimento e da una spossatezza che traspariva da ogni gesto. Le illusioni che aveva difeso con tanta veemenza si erano sgretolate, trascinandola in un crollo personale e operativo senza appello. Le conseguenze delle sue decisioni si erano manifestate con precisione millimetrica.
Seduta di fronte a noi, senza più corazze o argomenti da sbandierare, pronunciò la confessione più dolorosa: il rimpianto straziante per il tempo perduto. Tre anni consumati nell’ansia, nell’errore e nel dissesto interiore, tutto per non aver voluto accettare una verità che le era stata posta dinanzi agli occhi con trasparenza fin dal primo istante.
Da parte nostra non ci fu rivalsa, né il bisogno sterile di ricordare ciò che era stato predetto. La realtà aveva già parlato per noi. Chi custodisce la consapevolezza non ha la necessità di vincere discussioni effimere: attende semplicemente che la polvere delle illusioni si posi a terra.
L’insegnamento è limpido e sovrano. Quando vi trovate di fronte a chi insiste nel sostenere che l’erba sia blu, non sprecate parole, non offrite il vostro fuoco a chi cerca solo cenere. Serbate il silenzio, custodite la vostra integrità e lasciate che il tempo e l’esperienza compiano la loro opera necessaria.
Chi sente l’esigenza di comprendere le traiettorie della propria vita senza cadere nelle trappole dell’illusione sa sempre dove trovarci per un confronto intimo e riservato.